1986
A MEDIA LUZ
ispirato a Le serve di Jean Genet

diretto da
Cora Herrendorf
in scena:
Paolo Nani e Antonio Tassinari

Perchè l’avventura di sfidare Genet? Ogni crescita succede ad un momento di sfida, a volte involontaria.

Genet è apparso fra le mie mani, onnipresente, impulsivo, con una gioia tutta da scoprire e con le sue immagini, così distanti dalle mie, ma probabilmente nella sdostanza vicine, frutto di incubi comuni.

Inizialmente fu Vigilanza stretta, più tardi la sintesi si concretizzò con Le Serve e Rimbaud, che si infiltrò quasi naturalmente, garantendomi una poesia più cara, essenziale e rasswicurante.
Ho bruciato i testi di Genet più di una volta, convivere con lui non è semplice, ti fa dimenticare il tuo vero nome.
Anche gli attori si ribellavano di fronte ad un linguaggio che appariva nuovo e non consolatorio, che li inquadrava e li rinchiudeva nella trappola del testo, in rituali in qualche modo lontani dalla loro identità.
Tutti sembravamo opporci ogni volta che tentavamo di sentirci più forti e lucidi.
Questo lavoro non nasce dunque da un innamoramento, ma da un rifiuto, e la sua validità ha in questo rifiuto le sue radici.
La definitiva stesura dello spettacolo nacque con l’intuizione che il suo linguaggio sarebbe stato la Danza, i corpi avrebbero dovuto dire, non esprimere.
Nasceva così la sintesi e il sentimento che con i Poeti maledetti ci eravamo capiti.
Ed infine Arrabal, giunto a definire il clima e a prestarmi l’anima.
A media luz non è dunque un allestimento de Le Serve di Genet, sebbene nel percorso quel testo è stata la tappa più interessante e matura, quella che mi ha indicato che bisognava usare un palcoscenico tradizionale, luci, musica, perchè il rituale doveva essere concluso assaggiando il veleno.

“…per il lavoro dell’attore, per il dominio dello spazio scenico, per l’uso della luce e per la dinamica della costellazione scenografica, il Teatro Nucleo è uno dei migliori gruppi professionali fra i “teatri liberi” d’Europa…”
( Neue Westfalische, Bielefeld (D))

“…i due personaggi – nella straordinaria interpretazione degli attori – giocano ad assumere o rinnegare il ruolo maschile e femminile, di “master” e “servant”, padrone e schiavo…ma “A Media Luz” è anche il frutto di una ricerca precisa per quanto concerne il lavoro dell’Attore ed il suo ruolo come elemento essenziale del fatto teatrale…”
( L’Unità, Bologna )