DOMINO

Spettacolo di  Teatro per Spazi Aperti  e Alternativi – Produzione Teatro Nucleo col sostegno di Regione Emilia Romagna e Mibact
regia Natasha Czertok con Annamaria D’Adamo, Daniele Giuliani, Marco Luciano, Martina Pagliucoli, Veronica Ragusa, Chiara Venturini, Natasha Czertok  musiche The Busy Bee, Balanescu Quartet,Steve Reich,Alessio Bettoli,Alfonso Santimone scenografie Teatro Nucleo , RedoLab artigiani del riutilizzo, Luca Bernasconi sartoria Chiara Zini inserti video Anne Corporaal Parte tecnica Alessio Bettoli, Franco Campioni – Si ringraziano lo studio Animalhouse e Sonica di Ferrara e  il service Suono e Immagine di Ferrara
la dittatura perfetta avrà le sembianze di una democrazia, una prigione senza muri nella quale i prigionieri non sogneranno mai di fuggire
A. Huxley

Quello di DOMINO è un presente distopico e facilmente riconoscibile come metafora teatrale del presente che quotidianamente viviamo, i personaggi si muovono come pedine di un gioco crudele, ingranaggi e funzioni di un sistema perverso che sembra non lasciare scampo.

Cuore del gioco è un misterioso meccanismo di selezione al quale sono sottoposti i quattro concorrenti , sorvegliati e condotti attraverso le varie fasi del processo da guardie grigie e sorridenti.

Lo spettacolo si svolgerà in due spazi . Dopo il prologo  l’azione si svolge in itinere , il pubblico  viene invitato ad entrare insieme ai personaggi nella nuova scena, dominata dal parallelepipedo metallico,  cubo misterioso e criptico, allegoria di un potere  difficile da identificare e quindi sovvertire, che scandirà le fasi della selezione che porterà alla scelta di uno dei quattro concorrenti.

Una sorta di arena in cui i giocatori inizieranno la loro scalata sociale, superando le diverse fasi che il monolito impone:  accettazione dei termini di partecipazione, la gara di odio, la selezione finale.

E’ bandita ogni forma di solidarietà , di ribellione e opposizione  al meccanismo .

Ma non sempre tutto fila liscio, e anche in questa glaciale atmosfera l’”umano” è sempre sul punto di emergere, sbocciare, costringendo le guardie a sedare con sottile violenza  ogni “sintomo” emotivo, ogni inceppo che potrebbe causare l’arresto del sistema – per quanto i concorrenti tentino di  resistere, e difendere le proprie visioni e  speranze, la macchina terminerà il suo lavoro, otterrà la sua nuova adepta, con una prassi tranquilla e lineare.

Il  finale però è un finale di speranza.  La forza  del sogno e della poesia prendono corpo grazie ad una bambina, che arriva dal pubblico per posare il suo sguardo curioso sul disordine lasciato dall’ultima scena e accompagnare con la sua presenza innocente il testo di chiusura dello spettacolo, il poema di Mario Benedetti “Hombre mirando al cielo”.

Traendo ispirazione da romanzi quali “1984” di Orwell “Il mondo nuovo” di Huxley e molti altri  DOMINO vuole portare l’attenzione, tramite un  linguaggio multidisciplinare che va dal teatro fisico alla danza ,al video sulla progressiva diminuzione di beni primari, sulla  graduale perdita della libertà di pensiero, sull’innalzarsi di nuovi muri e frontiere , sulla poesia come strumento di salvezza. Sulla rivolta come atto necessario.

Il nostro lavoro, nato da una  lunga ricerca laboratoriale, non vuole fornire risposte o particolari chiavi interpretative. La nostra pratica teatrale si basa sul concetto di “qui ed ora”. Gli  spettatori sono testimoni di un atto scenico che prevede la loro presenza in quanto possibili concorrenti , che li include in quanto coro di una tragedia che si compie davanti a loro. Come se fosse possibile cambiarla, ribaltare il destino della macchina, scompigliare le regole, entrare nel gioco.

Pensiamo a DOMINO come  uno spettacolo classico, nel senso di antico. Un rituale, se vogliamo, di incontro/scontro con questioni e problematiche con cui siamo costretti ogni giorno a confrontarci in un presente che ha superato ogni distopia e in cui ci ritroviamo incapaci di reagire. La necessità è stata quella di portare queste problematiche in strada, con un linguaggio in grado di comunicare con un pubblico vasto, anche non avvezzo al teatro. Ecco la sfida. L’intreccio tra arte e realtà, tra vita vera e rappresentazione

 

“(…) Ben venga allora quel “progress” che fa di Domino un lavoro di piazza e di lotta, di contatto sudorifero e urlato con il pubblico. Si potrà citare il modello greco del teatro come agorà politica, o la letteratura dstopica a cui attinge a piene mani (Orwell, Huxley, Atwood) ma anche con la cinematografia non si scherza e sui volti forzatamente sorridenti si stampa l’immagine di Metropolis, 2001 Odissea nello spazio (per il monolito), Schindler’s List (la bambina del finale) o quella di Fahrenheit 451.

(…) I vitalissimi Annamaria D’Adamo, Daniele Giuliani, Marco Luciano, Martina Pagliucoli, Veronica Ragusa e Chiara Venturini si denudano per dirci come i riti svuotati di contenuti diventino violenza e l’omologazione predicata da Pasolini rischi di passare più banalmente dai videogiochi. Ci piace che la voce sia extradiegetica, metallica e artificiale, fuori campo che determina e ordina. Ci piace anche che il confine tra orgia e liberazione sia tutto nelle mani degli attori. Le musiche martellanti sono di The Busy Bee, Balanescu Quartet, Steve Reich, Alessio Bettoli, Alfonso Santimone. Il copione non esiste ovviamente: le frasi sono slogan, ma in grado di forare le pareti di tanta virtualità social e fare del teatro la premessa politica al dibattito finale” (Simone Azzoni – d’Ars Magazine)