Atlante è la catacomba, la negazione, il rifiuto del “bello” canonico per cercare di raggiungere un’altra bellezza, davvero enorme e sconosciuta.

È il tentativo di arrivare a concetti che non conosciamo nella nostra vita quotidiana, altro che per automatismi o condizionamenti. Amore, odio, amicizia, bellezza, paura, solidarietà, coraggio.

Nel corso del tempo gli attori creano dei personaggi attraverso una propria strada fatta di negazione, di durezza verso se stessi, disperazione, rifiuto dell’autocommiserazione e vittimismo, della propria viltà, rifiuto della necessità della stima degli altri, della presunzione, della vanità.

I personaggi risultano da una ricerca incessante della presenza pura, di una purezza della presenza, della messa a nudo del proprio spirito. Non per essere apprezzata o gustata, ma per essere vissuta, sperimentata insieme agli spettatori. Non si cerca in questo lavorol’adesione estetica o lo stupore dello spettatore nel senso di corrispondenza con la macchina spettacolare, della produzione da parte sua di riflessi condizionati prevedibili e previsti.

No. Si cerca una forma di testimonianza, un ruolo attivo da parte dello spettatore che accompagna il processo di denudamento con una propria rivelazione, come il credente di fronte ad un miracolo.