2004
HAMLET/NUCLEO
dalla Tragedy of Hamlet Prince of Denmark
di William Shakespeare

 

Drammaturgia, regia, illuminazione:
Horacio Czertok
collaborazione alla messa in scena
Cora Herrendorf
attrici/attori:
Natasha Czertok ,Anidia Villani, Francesca Felisatti, Andrea Amaducci Andrea Bartolomeo, Davide Della Chiara, Antonio Tassinari

Progetto speciale in coproduzione
Teatro Nucleo – Organismo Stabile Regionale / Teatro Comunale di Ferrara

 

 

 
“Chi è là?” grida un ufficiale dalla torre del castello di Elsinore, e così prende il via la vicenda di Amleto, introducendoci in quell’atmosfera sospesa e inquieta nella quale appare lo spettro del re di Danimarca e padre di Amleto, da pochi mesi morto assassinato. chi è là, quando entra in scena Amleto, chi è Amleto?
Amleto è un ragazzo, che attraversa la rabbia da cima a fondo. Prova rabbia nei confronti di se stesso quando vorrebbe cambiare il corso delle cose mentre tutto gli sfugge dalle mani, quando non riesce a far guardare il mondo agli altri come lui lo vede; prova rabbia nei confronti della madre che tuttavia ama, ma tra loro c’è un muro, fatto di potere, c’è tra loro qualcosa di molto più grande di Amleto e che lui fa molta fatica a dominare. Amleto è come divorato dal potere e la regina, di questo potere è una incarnazione, proprio in quanto madre e in quanto regina. C’è poi dall’altra parte la rabbia contro l’amatissimo padre, perché lo spinge a vendicarlo della propria morte, una vendetta che Amleto non capisce. Certo il ruolo di re, una volta morto il padre avrebbe dovuto essere suo, ma questo ad Amleto non interessa, allora cerca di trovare un motivo di vendetta da un’altra parte: lo zio che gli ha ammazzato il padre… oppure tentando di fare reagire la madre che per parte sua non reagisce… e questo motivo non lo trova. Amleto è al di là di tutto questo, al di là del potere, al di là della vendetta, al di là di una serie di meccanismi che si innescano, non per sua volontà, e nei quali si trova invischiato. La rabbia di Amleto è dunque una rabbia forte contro il suo mondo e di conseguenza contro se stesso, ma è una rabbia giovane, verde, che non conosce bene, che all’inizio è strafottente, ironica, una rabbia adolescenziale che cresce nel corso della vicenda.
Questa rabbia in Amleto però non è pienamente manifesta, ma contenuta. Non vediamo Amleto scagliarsi contro nessuno, se non forse contro la madre, ma molto tardi, soltanto dopo essere riuscito a raccogliere la ‘prova’ che l’assassino di suo padre è proprio lo zio, che nel frattempo ha anche sposato sua madre ed è diventato re.
Nel momento in cui Amleto capisce che si può fidare delle parole dello spettro di suo padre, nel momento in cui ha le prove dell’assassinio, allora si lascia andare. Prima anche in lui c’è ancora una vena di ipocrisia. Amleto odia tutti i personaggi della sua cerchia, lo zio, Polonio, perché odia la loro ipocrisia e in un certo senso vi si specchia, come se sapesse di dover diventare così prima o poi, fino a quando arriva a capire che proprio loro gli hanno costruito tutta una trappola intorno, per spiarlo continuamente; se ne rende conto benissimo ed è perciò che “fa il matto” e spara contro tutto e tutti quando è da solo: sa che lo stanno spiando e che sarà sempre così, tutto un sotterfugio.
E’ questa dunque la cosa contro la quale Amleto davvero si scaglia.
Sì, l’ipocrisia è il suo chiodo fisso, ciò con cui veramente non riesce a dialogare ed è ciò per cui non può fidarsi ciecamente nemmeno del suo migliore amico Orazio, o della donna che ama, Ofelia. Anche lei, in fondo, è la figlia di un arrivista, Polonio, e allora lo ama davvero? chissà… non potrà mai saperlo; questa è l’incertezza che Amleto non riesce a gestire, è come se sentisse che non scoprirà mai l’amicizia vera, l’amore vero e del resto come si può darlo agli altri, se si sa di non riceverlo… Amleto è il principe degli assoluti, è un principe archetipico, tutto è simbolico nel suo modo di pensare, lui vede tutto a 360 gradi. Questa è la sua grandezza: riuscire sempre a guardarsi in un contesto che va molto oltre il suo guscio d’uovo, oltre quell’ipocrisia, oltre la sua famiglia e i suoi problemi personali. Amleto vede il marcio del mondo, quella ‘cosa’ in cui lui stesso è, e in cui si trasformerà, che gli fa paura e che lo porta a lottare anche contro se stesso. Questa visione così ampia però non conduce a niente perché nessun altro vede così, nessun altro capisce e Amleto si sente incredibilmente solo.
Il principe Amleto rifiuta di farsi soggetto di un potere politico o storico che gli spetterebbe, ma in tutta questa vicenda anche lui impressiona in termini di potere, sembra che anche lui ne rappresenti uno: Amleto ha molte parole, nessun altro personaggio in questa storia ne ha altrettante, ma neppure la metà, e in più le parole di Amleto hanno un peso specifico assai diverso da quello che hanno le parole degli altri. Che potere è quello di Amleto, che invoca “l’essere e il non essere” e che poi invoca il “silenzio”, Amleto che dà e toglie, che attraverso una rappresentazione teatrale manipola la coscienza dello zio…
E’ un potere conferitogli dal suo sentirsi impotente. Ad esempio Amleto fa spesso riferimento ai miti, e nomina Iperione, Niobe, Ercole, Ecuba… I miti parlano di cose che non sono mai nate e non sono mai morte, di cose universali, di problemi esistenziali che appartengono all’umanità intera; è in quella cultura che Amleto ritrova il senso delle sue perplessità, delle sue preoccupazioni, che dunque sono molto più grandi di quelle che possono riguardare una famiglia o anche un regno. Amleto è un visionario assoluto, vede al di là di tutto e al di là anche di se stesso, ovvero è capace di spegnersi e di vedersi in mezzo a tutto questo. La pazzia di Amleto è la verità, e forse è l’unico a non essere pazzo tra tutti questi complotti, in mezzo a questa marmaglia preoccupata soltanto del proprio avere. Da una parte le sue parole dicono questo, ma c’è anche il modo in cui Amleto le dice: se c’è una pazzia in lui, è quella di non frenarsi, il suo parlare è una cascata senza limite. Come nel dialogo con la madre, lei gli dice basta e lui non l’ascolta, si lascia andare senza freni. Ha bisogno di esternare tutto come se parlando si potesse svuotare, stancare, o potesse fermare il suo moto interno, quella rabbia recondita che non viene fuori. Amleto è come un cavallo imbizzarrito che venga trattenuto, il cavallo è fermo ma continua a correre nella sua testa di cavallo, fino alla fine, quando sarà costretto a fermarsi.
Forse Amleto è solo nato nel posto sbagliato…
Sì, e nel momento sbagliato. Il tempo qui non esiste, è lui che lo afferma, diverse volte, ad esempio quando accetta il duello finale e dice: “se non è ora sarà dopo, se non è dopo sarà ora, se non è ora dovrà pur succedere…”, oppure quando, dopo avere incontrato lo spettro del padre che gli rivela di essere stato assassinato dice “il tempo è scardinato” e si rivolta contro il destino che gli ha dato il ruolo di chi, questo tempo, dovrebbe “rimetterlo in sesto”. Amleto potrebbe decidere di mettere a posto le cose ma non vuole saperne nulla. Ecco perché ci dà la sensazione di essere un ragazzo nel posto sbagliato, con la famiglia sbagliata, coi fantasmi sbagliati… è come se volesse essere molto più umile, come se dicesse vorrei stare da solo davvero, essere in tranquillità senza dovermi guardare le spalle; vorrebbe una calma che non ha mai, nemmeno quando dorme, o quando legge. Mi sono chiesta perché nonostante tutto rimanga lì, ma se fuggisse i suoi fantasmi interiori lo seguirebbero dappertutto, non potrebbe smettere di pensare a che cosa ha lasciato e di sentirsi spiato. Forse diventerebbe pazzo se se ne andasse, a Elsinore è come se avesse sempre la coscienza di essere l’unico lucido in mezzo a tanta malattia, mentre lontano da lì dovrebbe fare i conti con tutto quello che ha lasciato, con tutti gli spiriti che continuerebbero a volargli intorno. Mi impressiona molto questa maturità, questo non accettare il proprio tempo essendo così giovane. Lo confronto con me stessa, con quello che io penso del mondo e mi stupisce. Credo che quella di Amleto sia una maturità generata dal dolore. Per la mia esperienza posso paragonarlo ai figli dei desaparecidos; penso che il suo dolore assomigli molto al dolore di quei ragazzi argentini che oggi hanno circa vent’anni. Ne ho conosciuti alcuni, la loro visione delle cose molto pessimistica ma molto lucida viene dal dolore, dal doversi confrontare con cose così dolorose che proprio non le vorresti. La lucidità di Amleto quindi è molto vera, Shakespeare aveva una grande capacità di capire la sensibilità di un ragazzo.

 

conversazione tra Natasha Czertok e Cristina Gualandi