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[...] Lo abbiamo immaginato così, Franz Kafka: solo nella sua stanza esplora un’ultima volta, prima di consegnarla, questa lettera che ha scritto e riscritto tante
volte. Facendolo, ci sprona a fare insieme a lui. A entrare nel mistero della relazione con il padre: per esteso quella col nostro proprio padre e coi nostri figli.
Ai più risulta semplice rimuovere questo conflitto, un gesto automatico: dimenticare, e dimenticare di aver dimenticato. Ad alcuni come Franz Kafka no. Posta tra
se e il padre la lettera acquista una dimensione magica.
Kafka ride
di Horacio Czertok
Kafka rideva fino alle lacrime, riportano varie memorie, quando leggeva agli amici le sue pagine, ma era l’unico che sembrava trovare divertenti i tragici paradossi svelati dalla sua arte.
Questa lettera è un documento straordinario, un autentico reperto letterario non pensato come letteratura e perciò doppiamente prezioso. Descrive una battaglia. Una battaglia all’ultimo sangue e non è metafora, perché Franz Kafka ne muore, da lì a un po’, sputando sangue.
Consapevole della propria morte annunciata dalle diagnosi, Kafka intraprende un autoanalisi che racconta l’Edipo con abbagliante ricchezza di particolari. Ha calato lo scandaglio e misurato l’abisso, in uno sforzo che usa la letteratura in un disperato tentativo di salvare la pelle. Perciò, profondamente letterario. Non vieta allegoria ma concreto vissuto.
Una battaglia che non può vincere, perché nel momento stesso in cui vinciamo contro il padre, perdiamo. Una battaglia che non può non combattere, perché a questo spronato dalle molteplici voci che continuamente emergono dalla memoria. Se vinci distruggi ciò che ami perciò perdi. Se perdi distruggi te stesso, e distruggi anche tuo padre nel dolore della distruzione del figlio. Se non combatti perdi la ragione.
“Il teatro fa maggior effetto quando fa diventare reali le cose irreali. Allora la scena diventa il periscopio psichico che dall’interno illumina la realtà” dice Kafka a Janouch nei Colloqui.
Possiamo utilizzare questa lettera come un periscopio per osservare, dall’interno, i nodi dell’esistere che daranno origine alla sua arte.
abbiamo immaginato così, Franz Kafka: solo nella sua stanza esplora un’ultima volta, prima di consegnarla, questa lettera che ha scritto e riscritto tante volte. Facendolo, ci sprona a fare insieme a lui. A entrare nel mistero della relazione con il padre: per esteso quella col nostro proprio padre e coi nostri figli. Ai più risulta semplice rimuovere questo conflitto, un gesto automatico: dimenticare, e dimenticare di aver dimenticato. Ad alcuni come Franz Kafka no. Ad un dato momento della vita ha avuto bisogno di descrivere, di strappare da se frammenti di vissuto di quella relazione per poter vederli e vedersi e allora –ecco la speranza- anche il padre vedrà e forse potrà salvarsi: e ora deve consegnare.
Un atto di fede. Kafka crede nel potere rivelatore della scrittura. Ciò che non è mai riuscito a sanare parlando accadrà con la scrittura. Posta tra se e il padre la lettera acquista una dimensione magica.
Nel buio squarci mostrano scene primarie. Il piccolo in adorazione del padre enorme. Trasportato tra vapori di ira fino al ballatoio e chiuso fuori con la enorme porta davanti per sempre. Nullità che corre disperata cercando di evitare essere fatta a pezzettini, salvandosi nel seno della madre sempre protettrice.
Insetto immondo. Il padre giudica così l’amico attore e allora Franz ne assume le sembianze nella metamorfosi, prende su di se l’invettiva rivolta all’amico e perciò a sé medesimo. Per proteggere l’amico diventa il coleottero Samsa, ma anche per accettare le ultime conseguenze dell’accettazione del rapporto impostogli dal padre: poiché lo (mi) vedi come un coleottero divento un coleottero, mi faccio crescere un carapace e numerose zampine (sembra di ascoltare l’eco della risata di Franz: “numerose!”) ma non posso evitare che le vostre (papà, mamma, Ottla) presenze influenze mi parassitino dentro e mi corrodano.
Una ad una ossessioni che andranno a creare una letteratura, uno dei momenti più alti delle lettere del Novecento. “Essere accusati è già una condanna”. K., Josef K., Samsa dove le lettere S e M stanno al posto di K e F. Tutti colpevoli, tutti controfigure. Colpa che deve essere punita: la tubercolosi che lo ucciderà a soli 41 anni è generata da questa colpa. In un'epoca in cui la "malattia psicosomatica" non è ancora riconosciuta – benché già Ippocrate e Maimonides l’avessero compreso - Kafka mostra come la sua malattia sia creata dalla mente: "Penso solamente alla spiegazione del male che escogitai per il caso mio e che si conviene in molti casi. Ecco, il cervello non riusciva a tollerare più le preoccupazioni e i dolori che gli erano imposti. Diceva - Non ne posso più, ma se c'è ancora qualcuno cui importi conservare il totale, mi tolga un po' del mio peso e si potrà campare ancora un tantino. Allora si fecero avanti i polmoni che, tanto, non avevano niente da perdere". (lettera a Milena)
Da lì a pochi anni gli ebrei di Praga saranno assassinati, nell’attacco di demenza collettiva a lungo nutrito dalle chiese cristiane, che riuscì nel tentativo di distruggere una cultura. Con loro, morirà anche la famiglia Kafka. Impossibile non pensarci, quando dalla lettera emergono immagini di quella cultura, di quella città.
Davanti ai miei occhi Cronos divora i figli, nell’immagine visionaria di Goya. K. non sapeva di rappresentare in questa lettera i figli che distruggerà l’Europa impazzita, respingendo i superstiti (gli ebrei fuori dall’Europa!) nella Palestina occupata a diventare bersaglio perpetuo, per il divertimento continuo e contemporaneo delle educate variopinte schiere antisemite, le quali possono addirittura darvi lezioni di morale. Puro Kafka. Kafkiano, si direbbe.
Teatro Nucleo continua con questo spettacolo una ricerca iniziata oltre trentacinque anni fa, sulla creazione del personaggio e la relazione con lo spettatore.
Questo lavoro è iniziato come uno studio d’attore circa tre anni fa. Un attore cresce in misura direttamente proporzionale alle sfide che si fa. Non avevamo in mente farne uno spettacolo. Solo vedere se e come fosse possibile “incarnare” un documento al tempo stesso così intimo e così letterariamente perfetto. Non un “adattamento”: incorporare, fare propria, parola per parola, la memoria iscritta in quei graffitti. Come sfida era alta, probabilmente irraggiungibile.
Andrea Bartolomeo ha lavorato su una versione sostanzialmente intatta del reperto. Sono stati realizzati alcuni cambiamenti, per passare dalla forma strettamente letterario-colloquiale a quella che vede l’attore dal vivo in scena. Con la sua presenza rende ridondanti alcune iterazioni e insistenze, e molte parole sfumano tramutate in gesti, sguardi, silenzi. Ma il testo resta quello.
Trovare le proprie immagini, le risonanze proprie alle parole e alle situazioni. Per evitare accuratamente coinvolgimenti indesiderati. Osservare dall’interno la struttura delle relazioni - con se stesso, col padre, con la relazione del padre col figlio - e viverle in scena mantenendo la necessaria distanza. Così che lo spettatore possa relazionarsi con Kafka senza l’imbarazzo della presenza dell’attore.
L’attore è passato dall’indifferenza incuriosita dell’inizio, per questo ragazzo-uomo in trappola così a lui simile e così diverso, a un amore costruito sulla bellezza e sulla pietà, giorno dopo giorno. Lunghi intervalli senza toccarlo, a causa degli altri impegni, serviti a generare sedimentazioni che fiorivano ad ogni ripresa. Aveva realizzato studi diversi sulla cultura ebraica per alcuni spettacoli del Nucleo (Tempesta, Anna F.) e da qui era partito per un impegno personale con alcuni musicisti klezmer, per realizzare concerti e letture di cultura ebraica. L’approccio a Kafka diventava così più maturo.
Uno dei musicisti, Gianluca Fortini, si sarebbe integrato al lavoro con la propria sensibilità e proposte.
Alcuni mesi fa decidemmo che lo studio era concluso e che si poteva passare ad una tappa successiva, la creazione di uno spettacolo. In questa nuova fase le reazioni degli spettatori diventano elementi di ricerca. Attore e spettatori si incontrano alla presenza di Kafka, insieme reagiscono alla sua vicenda.
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