una creazione di Antonio Tassinari
collaborazione alla messa in scena: Cora Herrendorf
in scena: Antonio Tassinari
fotografie: Marco Nirmal Caselli
Posseduto dalle visioni sorprendentemente attuali di León Felipe,
il grande poeta spagnolo morto in Messico nel 1968 dopo trentanni d'esilio,
un pagliaccio scisso e in crisi abdica al suo dovere di buffone e chiede la parola ...
" ... sono il pazzo della pista, il pazzo perso della pista,
ho due ferite purulente nelle cervella ...
E cosa può fare l'Uomo se non impazzire?
Può fare altro? C'è un'altra uscita?
Se almeno gli fossero scoppiate le orecchie
e non potesse sentire fino a dove sparano i cannoni ...
o gli si fossero svuotati gli occhi
e non potesse dire chi è il vero assassino della giustizia .."
un clown dal ciuffo biondo e dal naso rosso, che si spaventa per il cadere della sua
stessa valigia e misura lo spazio a grandi passi, ad assicurarsi di star facendo
proprio in modo preciso quello che aveva deciso di fare. E' un po' timido, anche se
è uomo di spettacolo, abituato alla pista. Gli si vuol bene da subito, gli si dà
fiducia, perché lui è il pagliaccio, l'addetto al buon umore. Però molto presto si
scopre che tutto quel pagliaccio sta nella grandezza di un naso. Basta tenderne un
po' l'elastico perché quell'altro possa uscire, il capo, il clown inquietante e
severo che ha la stessa lucidità di sguardo del suo amico, ma con tutt'altra
consapevolezza: è il Bianco.
Di solito alla verità si avvicinano i bambini, sfrontatamente ingenui, oppure chi ha
fatto esperienza della crudezza della vita, e non si sa per certo dove possa arrivare.
Durante tutto il monologo ho vissuto nel terrore dell'incontro tra questi due clown.
Uno col suo elegante cilindro chiaro, l'altro con il rosso nasone di plastica. In
alcuni momenti si sono incontrati, l'uno ha dato uno sguardo all'altro sotto il
bianco cappello, una visione improvvisa che è come una piccola scossa, perché quella
persona non è una ma sono due, sono tre...
Senza naso e senza cilindro ne compare
ancora un'altra, testimone che senza trucco e senza inganno ha ascoltato il mondo e
le verità che solo sul limite tra reale e irreale, tra sonno e veglia, tra follia e
lucidità si può udire e, sotto voce, urlare.
Il tempo, durante lo spettacolo, si srotola. Il cerone del volto si scioglie, i
vestiti si usurano, le mani si sporcano. L'attore beve, mangia, trema... si trasforma,
quando esce è diverso da quando è arrivato. Usa la terra, usa il fuoco, usa l'aria,
la gravità;
e quando decide di andarsene, salutando con un lieve "ciao", vorresti tirarlo per la
giacca e chiedergli se resta, per far parlare ancora León Felipe con le sue poesie,
non ancora tradotte in Italia, così sorprendentemente attuali e adatte a
darci parole per descrivere la vita.
Cristina Fiore
...tre personaggi si materializzano davanti agli occhi dello spettatore, alternandosi
come in un gioco di specchi.
Il clown dona i suoi occhi, visualizza davanti a sé il mondo e lo rende visibile allo
spettatore, lo comunica con le parole del poeta León Felipe.
Occhi impauriti, disillusi, lucidamente crudeli...
Il clown grida a pieni polmoni il suo terrore...Arriva dritto al cuore e allo stomaco.
Nasce l'emozione diretta e senza filtri.
La realtà si fa metafora. Il teatro diventa un mezzo di presa di coscienza.
Uno strumento di conoscenza...Si passa rapidamente dal riso alla smorfia di dolore.
Si trattiene il fiato per tutto lo spettacolo. Il corpo intero dello spettatore
partecipa attivamente alla performance dell'attore.
Ne ripercorre il tragitto emotivo, fisico e mentale.
L'attore lascia la sala come se fosse esplosa una bomba, lo spazio scenico si è trasformato,
si è riempito di oggetti. Lo spazio mentale dello spettatore si è modificato allo
stesso modo. Un'esplosione dentro la testa, è stato soggetto a un bombardamento
emotivo...
Alchimia tra uomo e uomo. Passaggio e scambio di energia.
Bomba che mira direttamente al cuore, per poi passare alla mente, allo stomaco, che
si è stretto nel dolore insieme a quello del pagliaccio quando,
attraverso la poesia di León Felipe, si è trovato con gli occhi aperti sul mondo.
Un impatto devastante per lo spettatore che attraverso lo sguardo prima confuso del
pagliaccio, poi lucidamente crudele del clown Bianco e tristemente analitico
dell'Attore, si scopre osservatore cieco del mondo...
Il pagliaccio balbetta. È solo sotto al riflettore.
Come l'attore di fronte al suo pubblico, come l'uomo di fronte al mondo è denudato
e vulnerabile. Qui risiede la sua forza.
Manuela Rossetti (da "Un Pagliaccio alchimista di emozioni)
León Felipe nacque a Tábara (Zamora)
l'11 aprile del 1884. il suo vero nome era Felipe Camino Galicia. Dopo aver abbandonato
gli studi di Farmacia viaggiò per tutta la Spagna e il Portogallo con una compagnia teatrale.
Gestì varie farmacie in diversi luoghi del territorio spagnolo, amministrò ospedali in
Guinea, viaggiò in America (1922) e fu bibliotecario a Veracruz (Messico), responsabile
culturale della ambasciata spagnola repubblicana e professore di letteratura spagnola in
varie università latinoamericane. Durante la guerra civile tornò in Spagna e visse a Madrid
fino a che, nel 1938, inizia un viaggio in America per far conoscere la lotta eroica del
popolo spagnolo. Nel 1940, a ragione della vittoria della dittatura franchista in Spagna
si stabilì con sua moglie in Messico, dove morì il 18 settembre del 1968.
Esistono poeti che hanno guadagnato la gloria delle lettere, altri, al contrario,
che hanno lottato tutta la vita con la Parola e con la Storia per diventare poco di più
di un paragrafo nei libri di testo. Sono i poeti sconfitti, sconfitti dalla vita e dal
tempo, dalle circostanze politiche e, anche, dalla critica letteraria.
León Felipe è un nome imprescindibile della poesia spagnola; nessuno nega oggi il suo
valore e la sua dedizione all'arte letteraria. Ebbe la poca fortuna di essere coetaneo
di poeti come Machado e Juan Ramón Jiménez e di non appartenere a nessuno dei gruppi che
formarono la cultura ufficiale del suo tempo né di quelli che si opponevano ad essa.
León Felipe tracciò un cammino proprio, fu un camminante solitario, una "pietra piccola
e leggera" che non trovò posto né nei palazzi, né nelle chiese, né nei mercati.
ESIGENZE TECNICHE
Nome dello spettacolo:
"IL PAGLIACCIO DEGLI SCHIAFFI" Durata: 55 minuti (senza intervallo) Luogo di rappresentazione: Lo spettacolo può essere rappresentato in ogni
tipo di spazio, preferibilmente su pedana a terra, ma anche su piccoli palcoscenici
all'italiana. Il pubblico sarà disposto frontalmente rispetto allo spazio scenico. Dimensioni minime spazio scenico: 5 m x 4 m Montaggio: 3 ore (il mattino del giorno dello spettacolo) Smontaggio:3 ore (subito dopo lo spettacolo)
Durante il montaggio il luogo di rappresentazione deve essere ad esclusiva disposizione della Compagnia.
Allacciamento luce: 380 V / 32 A (trifase, 15 KW) + neutro + terra
Oscurità: lo spazio deve essere oscurato.
Camera nera:
ove possibile è utile allestire una semplice camera nera, composta da un fondale e due quinte.
Luci:
12 spot da 1Kw collegati a un mixer programmabile di almeno 10 canali.
Possibilità di aggancio degli spot per controluce, fronte e tagli o, in alternativa, 6 tripodi
Suono: 1 lettore CD collegato ad amplificatore e 2 casse acustiche
Personale: 1 Elettricista per allacciamento luce (all'inizio del montaggio)
1 Responsabile autorizzato a prendere decisioni.
Camerino: Una stanza adiacente al luogo dello spettacolo per uso camerino e preparazione costumi, provvista di corrente elettrica e servizi igienici. La stanza dovrà essere a disposizione dall'inizio del montaggio alla conclusione dello smontaggio.
Per qualunque problema tecnico preghiamo avvisare almeno due settimane prima
della data fissata per lo spettacolo.