Categories
Senza categoria

Attore Sciamano

Attore Sciamano. Scuola di formazione per operatori teatrali nel sociale.
Direzione: Cora Herrendorf e Horacio Czertok
Triennio 2020/2022
Attore-Sciamano-2020_Brochure.pdf (25 downloads)

Teatro Nucleo, fondato nel 1974 a Buenos Aires (Argentina) da Cora Herrendorf e Horacio Czertok
con il primo nome di Comuna Nucleo e stabilitosi definitivamente a Ferrara nel 1978, è oggi una realtà
composita dove diverse progettualità artistiche operano sul territorio cittadino, nazionale e internazionale, una cooperativa teatrale dove i fondatori e le nuove generazioni di attori e registi operano in sinergia con altre realtà associative e istituzionali.

Teatro Nucleo vede il teatro come strumento di trasformazione sia per lo spettatore che per l’attore.
Focalizza la sua attenzione sulla relazione che si crea tra questi curandone gli aspetti più intimi.
È questa un’ottica trasversale che permea il suo agire: nelle produzioni, nella formazione, nella direzione artistica.

Non vede un pubblico preferenziale, identifica nell’essere umano di qualsiasi genere, etnia, età, classe sociale un possibile interlocutore. Da un imperativo di giustizia elementare e dall’idea che proprio in costoro è possibile trovare nuova linfa e nuovo senso all’arte, è spinto a rivolgere grande attenzione a tutti gli esclusi dalla fruizione e produzione artistica. Su questa rotta orienta la sua costante ricerca di un
linguaggio quanto più universale orientato dal motto: ora e qui!

Il Teatro Nucleo proviene dalla tradizione che comincia con Stanislavskij, Mejerchol’d, Vachtangov e Strasberg sullo studio dell’emotività, della “verità”, della fisicità dell’attore e del personaggio nutrendosi anche delle ricerche sullo studio dello psicodramma teorizzato da Moreno e approfondito a partire dagli anni ‘60 in Latinoamerica da molteplici studiosi . Riceve con gli insegnamenti di Artaud, Grotowsky, il Living Theatre e l’Odin Teatret nuovi orizzonti.

Teatro Nucleo sviluppa così, in oltre 40 anni, un Metodo (codificato all’interno di un percorso formativo
permanente) che oggi propone come opportunità di sviluppo professionale per attori e registi/drammaturghi, ma anche per operatori sociali, educatori, insegnanti e tutti coloro i quali credono nell’importanza del teatro come strumento pedagogico.
L’attenzione e lo studio delle implicazioni terapeutiche connaturate alla pedagogia dell’attore del ventesimo secolo hanno portato il Teatro Nucleo verso nuove metodologie pedagogiche sperimentando questo modello di pratica teatrale in svariati contesti, dalle prime esperienze nel 1977 nell’Ospedale Psichiatrico di Ferrara al progetto “EXODUS”, al lavoro che compie nella Casa Circondariale di Ferrara (dal 2005) e in altri contesti in cui il teatro si pone come strumento di trasformazione e inclusione sociale.
Teatro Nucleo porta con forza la visione che il teatro sia una attività culturale globale e un bisogno originario dell’uomo. Osservare l’altro, osservare se stessi, vedere nell’essere visti non solo è costituitivo della situazione teatrale bensì determina ogni tipo di relazione umana.
Con la scuola per operatori teatrali proponiamo un percorso che approfondisce la funzione sociale del
teatro. Il teatro come metodo per estendere l’esperienza artistica a contesti non istituzionalmente dedicati alla fruizione e alla produzione artistica.
La scuola ha una durata di 3 anni, ogni anno prevede 6 percorsi tematici a cadenza mensile.
I percorsi saranno presentati all’inizio dell’anno. Alla fine del sesto percorso di ogni anno sarà rilasciato
un attestato di partecipazione.

Clicca per consultare il programma e il calendario dei percorsi 2020 aggiornato

Informazioni
La scuola è triennale.
Ogni anno prevede 6 workshop intensivi a cadenza mensile. Il primo anno inizierà a gennaio e terminerà nel mese di giugno 2020. 

Sede
Teatro Julio Cortàzar
Via Ricostruzione 40, Pontelagoscuro. Ferrara

Per informazioni: teatronucleo@gmail.com

***********************************************************************************

CONTATTACI


Nome:*
E-mail:*
Come hai saputo dell'Attore Sciamano? *
Note:
Voglio ricevere la newsletter di Teatro Nucleo
Scrivi le lettere che vedi nel riquadro:

* campi obbligatori

 

 

Categories
Senza categoria

A Horacio Czertok il Premio Nazionale Franco Enriquez

La 26ª edizione del Premio Nazionale Franco Enriquez 2020 assegna il più alto riconoscimento per la categoria Teatro Contemporaneo di impegno sociale e civile – sezione Grandi Drammaturghi e Registi a Horacio Czertok, co-fondatore di Teatro Nucleo.

«Horacio Czertok – si legge nelle motivazioni – ci fa immergere nella sua filosofia e nella sua visione del momento teatrale […] Teatro è partecipazione. Per Czertok il teatro è un incontro. Una celebrazione del tempo presente, dell’ora e dell’adesso. Incontro implica comunicazione, parola che significa “mettere in comune” […] ed è questo scambio l’essenza e il senso del fatto teatrale. […] Il teatro di Czertok è una drammaturgia in itinere, in un continuo divenire, un vortice di vita che coinvolge e sconvolge».

Con questa motivazione, la giuria del premio nazionale – realizzato con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero per i Beni e le attività Culturali e per il Turismo, e del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca- ha insignito il regista e attore di Teatro Nucleo del prestigioso riconoscimento, che gli sarà consegnato il 30 agosto 2020 presso il Teatro Comunale Cortesi di Sirolo, nella piazza che porta il nome di Franco Enriquez, alla cui memoria il Premio è dedicato.

Regista di teatro, d’opera e televisivo – dal Teatro alla Scala alla RAI – Enriquez, scomparso prematuramente nel 1980, viene ricordato ogni anno attraverso questo importantissimo Premio, organizzato dal Centro Studi Franco Enriquez con lo scopo di promuovere il teatro e la comunicazione teatrale ma anche cinematografica, televisiva, musicale, pittorica, scultorea, editoriale con alti fini artistici e di impegno civile.

Per una comunicazione e un’arte di impegno sociale e civile è infatti il sottotitolo dell’edizione 2020 del Premio Nazionale Franco Enriquez, che riconosce nel lavoro e nella poetica di Horacio Czertok un’eccellenza tra i registi e i drammaturghi del panorama teatrale contemporaneo italiano.

Link all’articolo su estense.com

Categories
Repertorio attuale

Contra Gigantes

Nel 1990 Czertok scrisse per il Teatro Nucleo una drammaturgia tratta dal romanzo “Don Quijote de la Mancha” di Miguel de Cervantes Saavedra. In coproduzione con il Theater-am-Turm di Francoforte (DE) ne nacque uno spettacolo per gli spazi aperti, il cui debutto si tenne in Spagna al Festival di Teatro Classico di Almagro. Seguì una fortunata tournée con riprese ogni anno, fino al 2007: centinaia di repliche in tre continenti, decine di festival internazionali ma soprattutto presenze nei borghi e nelle periferie senza teatro. Da drammaturgo Czertok diventò Don Quijote. Il personaggio non accettò volentieri la fine dello spettacolo e da qualche anno cominciò ad apparire in sogno al drammaturgo-attore: voleva tornare alla vita, sia pure quella scenica. Poiché al momento non è praticabile la ripresa dello spettacolo, si decise di farne un soliloquio, un monodramma a più voci. Il famoso romanzo in realtà è tra i più famosi, più citati e meno letti e perciò meno conosciuti. Il lavoro che ci si prefigge, dunque, oltre a riappacificare l’inquieto personaggio in vista di una futura ripresa dello spettacolo “in grande”, vuole avere una doppia valenza ovvero teatrale e culturale. La drammaturgia ha identificato gli svariati giganti con cui si batte o vuole battersi il Don, oltre al proverbiale Mulino. Ha approfondito la ricerca fatta nel 1990 sul romanzo, sull’autore e sul suo tempo, giungendo a nuove scoperte. In scena vediamo l’attore, il personaggio Don Quijote, Sancio Panza, Don Miguel de Cervantes, tutti in stretto rapporto tra loro, spesso conflittuale, e con gli spettatori, invitati ed invogliati con questo lavoro ad approfondire la propria conoscenza dello straordinario romanzo.
 

Recensione di Simone Azzoni per “Artribune” – “DA DON CHISCIOTTE AI DESAPARECIDOS”

Sul palco dove s’agita il corpo non c’è nulla, il deserto della Mancia battuto solo dal rumore del treno che lì vicino viaggia verso Venezia. Nel nero solo la carne “tremula” che sussulta scosse artaudiane.Horacio non ha più le macchine sferraglianti degli Anni Novanta ma ce le lascia immaginare, avvampandoci con gli occhi e avvolgendoci con abbracci di parole in spagnolo. Altro che mulini a vento.Quaranta battaglie ha combattuto Chisciotte, e ne ha vinte venti. Chi lo chiama perdente mente. Chi lo chiama pazzo pure. Horacio saltella da un faro all’altro e dall’autore al personaggio, dall’attore al narratore, “ingegnoso narratore” come lo chiamava Ivano Fossati. Sì perché inventarsi che i mulini erano i Fugger, banchieri usurpatori dei contadini spagnoli e “la pastora” la prima donna a emanciparsi già nel Seicento, è da rivoluzionari.Qualsiasi forma di emancipazione umana avvicina l’uomo a Cristo”, insegnava ai suoi ragazzi il desaparecido Venturelli. Qui il teatro è la sola strada.

Recensione di Franco Acquaviva per “Sipario”

“Il punto di partenza è il Don Chisciotte di Cervantes, che aveva dato luogo a uno spettacolo memorabile del Nucleo. E che, racconta Czertok in avvio, non ha più potuto abbandonare la sua immaginazione d’attore, dando poi origine a quella che si configura come un’affabulazione sul senso politico, profondo, della figura di Chisciotte stesso, certo, ma anche sul romanzo visto come atto di ribellione cifrato; una costruzione narrativa che sotto la vernice del classico nasconde una resistenza d’artista ai valori della società dell’epoca. I piani del racconto scivolano uno nell’altro e vediamo di volta in volta l’attore-autore, a piedi nudi e con un abito che cita ironicamente la moda del secolo XVII, con spiritato vigore convocare e interrogare i suoi personaggi, assegnandone l’apparizione a zone determinate del grande spazio vuoto della scena: lo stesso Miguel De Cervantes, il cavaliere errante inastato, il tentennante Sancho, il tutto reso con rapidi accenni posturali, come abbozzando figure a carboncino che sfumino una nell’altra in un movimento serpentino e saltellante; un tourbillon fisico di ferina efficacia, un personalissimo scavo nel testo di Cervantes al servizio di una necessità poetica radicale “contra gigantes”. Ogni vero artista, in fondo, si confronta con la ricerca delle ossa e della verità. E se Antigone è un cane, è un cane di Dio.”

vai al link di Sipario.it

Dall’intervista di Daniele Rizzo per “Persinsala”

Il Don Chisciotte della Mancia è sovente ricordato per l’episodio dei mulini a vento e la concezione di un protagonista follemente e romanticamente incapace di accettare la realtà, ma la locura di cui parla Cervantes è, in verità, ben altro e ben più. Il Don è un uomo che vive coraggiosamente il proprio tempo e ne subisce/combatte (anti)eroicamente le contraddizioni e, nel suo Contra Gigantes, lei ne restituisce con estrema suggestione il rapporto che lo lega alla realtà non nei termini di negazione, ma di cura e attenzione. Volgendo lo sguardo alla contemporaneità, anche Cervantes può dunque essere specchio del «passaggio della memoria alla post memoria»?
HC: «A dire il vero non lo avevo pensato così ma sono lieto che la domanda lo restituisca: forse non il romanzo scritto che rimane tale e quale bensì la lettura che ne possiamo fare alla luce della ricerca sull’autore e sul suo tempo e circostanza . Lo studio strutturale del romanzo ci restituisce dati concreti: nei 40 conflitti che affronta il Don nelle due parti e dal momento in cui si fa nominare cavaliere, risulta vincitore morale o materiale nella metà. Quindi dove sta il glorioso perdente che ci consegna la critica letteraria? Non è un vincente ma non è nemmeno un perdente: proprio in questo preciso equilibrio sta la consistenza del romanzo . Quindi non sussistono gli elementi per considerare romantico il romanzo. Anzi è un romanzo crudele, quasi ad ogni capitolo il Don risulta bastonato e ferito nel corpo: alla fine infatti ne muore. Il corpo del Don e il suo sacrificio è un tema ricco».

Magari facendo riferimento a un particolare aneddoto, ce ne racconta la genesi, che, ricordiamo, trae a sua volta origine da QUIJOTE!, suo celebre adattamento per spazi aperti dell’omonimo capolavoro di Miguel de Cervantes?
HC: «Dopo vent’anni di girare con quello spettacolo, un complesso allestimento per spazi aperti che abbiamo dato in piazze e luoghi di centinaia di città, ci siamo fermati. Ma il Don – che avevo avuto l’onore di vivere nella finzione- è cominciato ad apparirmi in sogno: voleva tornare alla scena. Poi successe che Routledge, la casa editrice che pubblicava la versione inglese del mio Teatro in esilio mi chiese un piccolo pezzo teatrale per la presentazione del libro a Londra presso la Calder Bookshop. Ecco l’occasione. Così ho dovuto riprendere la drammaturgia e lo studio, e ne è venuto un monologo a più voci ancora in lavorazione, perché il romanzo è inesauribile e continuo a trovare gemme da riportare. Al momento i Giganti sono otto, ma in crescita. Coltivo il sospetto che nel romanzo ci siano messaggi in codice, cautela necessaria per qualcuno che scriveva in tempi di assolutismo monarchico e cattolico e faceva della critica sociale e politica neanche tanto di nascosto a dire il vero. Critica della giustizia nel capitolo sui galeotti. Della condizione della donna nel capitolo dedicato a Marcella e Crisostomo. Della schiavizzazione dei contadini a causa dell’imposizione dei mulini proprietà capitalistica primaria sostituendo pratiche comunitarie per il trattamento del grano: altro che gigante immaginario, il mulino a vento».

vai al link di Persinsala

contra gigantes 1 web

 

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Categories
Repertorio attuale

Domino

DOMINO

Spettacolo di  Teatro per Spazi Aperti  e Alternativi – Produzione Teatro Nucleo col sostegno di Regione Emilia Romagna , Mibac  , Istituto Italiano di Cultura di Sofia
regia Natasha Czertok con Giovanni Iaria, Marco Luciano, Greta Marzano, Martina Pagliucoli, Veronica Ragusa, Francesca Tisano, Riccardo Sergio  musiche The Busy Bee, Balanescu Quartet,Steve Reich,Alessio Bettoli,Alfonso Santimone scenografie Teatro Nucleo , RedoLab artigiani del riutilizzo, Luca Bernasconi, Giovanni Iaria sartoria Chiara Zini inserti video Riccardo Sergio Parte tecnica Alessio Bettoli, Giovanni Iaria, Marco Luciano voci off per la versione bulgara Anna Dimitrova
Un ringraziamento speciale a Giulia Lampignano, Nicole Calligaris

Si ringraziano: lo studio Sonika di Ferrara ,  il service Suono e Immagine di Ferrara, il fotografo Daniele Mantovani

la dittatura perfetta avrà le sembianze di una democrazia, una prigione senza muri nella quale i prigionieri non sogneranno mai di fuggire
A. Huxley

Quello di DOMINO è un presente distopico e facilmente riconoscibile come metafora teatrale del presente che quotidianamente viviamo, i personaggi si muovono come pedine di un gioco crudele, ingranaggi e funzioni di un sistema perverso che sembra non lasciare scampo.

Cuore del gioco è un misterioso meccanismo di selezione al quale sono sottoposti i quattro concorrenti , sorvegliati e condotti attraverso le varie fasi del processo da guardie grigie e sorridenti.

Il  pubblico è invitato ad entrare nel gioco fin dall’inizio , nella scena dominata dal parallelepipedo metallico,  cubo misterioso e criptico, allegoria di un potere  difficile da identificare e quindi sovvertire, che scandirà le fasi della selezione che porterà alla scelta di uno dei quattro concorrenti.

Una sorta di arena in cui i giocatori inizieranno la loro scalata sociale, superando le diverse fasi che il monolito impone:  accettazione dei termini di partecipazione, la gara di odio, la selezione finale.

E’ bandita ogni forma di solidarietà , di ribellione e opposizione  al meccanismo .

Ma non sempre tutto fila liscio, e anche in questa glaciale atmosfera l’”umano” è sempre sul punto di emergere, sbocciare, costringendo le guardie a sedare con sottile violenza  ogni “sintomo” emotivo, ogni inceppo che potrebbe causare l’arresto del sistema – per quanto i concorrenti tentino di  resistere, e difendere le proprie visioni e  speranze, la macchina terminerà il suo lavoro, otterrà la sua nuova adepta, con una prassi tranquilla e lineare.

Il  finale però è un finale di speranza.  La forza  del sogno e della poesia prendono corpo grazie al poema di Mario Benedetti “Hombre mirando al cielo”.

Traendo ispirazione da romanzi quali “NOI” del russo Sergej Zamyatin,  “1984” di Orwell, “Il mondo nuovo” di Huxley e molti altri DOMINO vuole portare l’attenzione, tramite un  linguaggio multidisciplinare che va dal teatro fisico alla danza ,al video sulla progressiva diminuzione di beni primari, sulla  graduale perdita della libertà di pensiero, sull’innalzarsi di nuovi muri e frontiere , sulla poesia come strumento di salvezza. Sulla rivolta come atto necessario.

Il nostro lavoro, nato da una  lunga ricerca laboratoriale, non vuole fornire risposte o particolari chiavi interpretative. La nostra pratica teatrale si basa sul concetto di “qui ed ora”. Gli  spettatori sono testimoni di un atto scenico che prevede la loro presenza in quanto possibili concorrenti , che li include in quanto coro di una tragedia che si compie davanti a loro. Come se fosse possibile cambiarla, ribaltare il destino della macchina, scompigliare le regole, entrare nel gioco.

Pensiamo a DOMINO come  uno spettacolo classico, nel senso di antico. Un rituale, se vogliamo, di incontro/scontro con questioni e problematiche con cui siamo costretti ogni giorno a confrontarci in un presente che ha superato ogni distopia e in cui ci ritroviamo incapaci di reagire. La necessità è stata quella di portare queste problematiche nello spazio pubblico, con un linguaggio in grado di comunicare con un pubblico vasto, anche non avvezzo al teatro. Ecco la sfida. L’intreccio tra arte e realtà, tra vita vera e rappresentazione

 

“(…) Ben venga allora quel “progress” che fa di Domino un lavoro di piazza e di lotta, di contatto sudorifero e urlato con il pubblico. Si potrà citare il modello greco del teatro come agorà politica, o la letteratura dstopica a cui attinge a piene mani (Orwell, Huxley, Atwood) ma anche con la cinematografia non si scherza e sui volti forzatamente sorridenti si stampa l’immagine di Metropolis, 2001 Odissea nello spazio (per il monolito), Schindler’s List (la bambina del finale) o quella di Fahrenheit 451.

(…) I vitalissimi attori si denudano per dirci come i riti svuotati di contenuti diventino violenza e l’omologazione predicata da Pasolini rischi di passare più banalmente dai videogiochi. Ci piace che la voce sia extradiegetica, metallica e artificiale, fuori campo che determina e ordina. Ci piace anche che il confine tra orgia e liberazione sia tutto nelle mani degli attori. Le musiche martellanti sono di The Busy Bee, Balanescu Quartet, Steve Reich, Alessio Bettoli, Alfonso Santimone. le frasi sono slogan, ma in grado di forare le pareti di tanta virtualità social e fare del teatro la premessa politica al dibattito finale” (Simone Azzoni – d’Ars Magazine)

 

“…che invita in modo ragionato ed

efficace ad una nuova consapevolezza

sul tema della sottomissione totalitaria

e dello sguardo nei confronti del

diverso” (Laura Guarducci, Il Giornale di Vicenza)

Invalid Displayed Gallery