1997
TEMPESTA
spettacolo per gli spazi aperti ispirato a
“Il Ghetto di Varsavia” di Mary Berg

Regia, Drammaturgia, Scene, Costumi e ideazione musicale:
Cora Herrendorf
Collaborazione alla Regia, alla Drammaturgia e Disegno Luci:
Horacio Czertok


Aquiloni: Aquilonisti Vulandra

in scena:
(si indicano complessivamente gli attori che si sono avvicendati nelle diverse “riprese”)

Andrea Amaducci, Antonella Antonellini, Andrea Bartolomeo, Natasha Czertok
Horacio Czertok, Cora Herrendorf, Cristina Iasiello, Frida Falvo,
Lara Patrizio, Luca Piallini, Massimiliano Piva, Georg Sobbe, Elena Souchilina,
Antonio Tassinari, Mihalis Traitsis, Nicoletta Zabini, Anatoli Zaitsev

Dedico questo spettacolo alla Memoria. alla memoria di Elka, mia madre,
che aveva un fiocco in testa, quando salì su quella nave polacca
che la portò via dal Ghetto di Varsavia,
per approdare nell’ “isola” della salvezza dove apprese a fare la sarta e l’attrice.
alla memoria di Berele, suo fratello,
pittore calzolaio cantante.
alla memoria di Natalio, mio padre, poeta anarchico commercialista.
alla memoria di tutti gli angeli che ancora si chiedono Perchè?
Perchè dimenticare?
Ai miei figli perchè non dimentichino.

Tempesta è molte tempeste in una, è un luogo non indicabile, eppure molto preciso in questo allestimento. Un luogo insieme simbolico e assai concreto, del passato ma non solo, del quale restano traccie di senso talmente inquietanti da risultare ancora per qualcuno inguardabili.
Tempesta è un sigillo, che gli uomini di fine Novecento, volgendo lo sguardo alle proprie spalle potrebbero mettere al proprio Secolo, come giudizio e come monito.
In questo luogo veniamo accompagnati dalla voce di un padre che parla a una figlia, spingendola a ricordare.Il nome di questo padre è Prospero ma è anche “qualcosa di più di Prospero” (come lui stesso dice), la figlia si chiama Miranda e, sì, questi sono i nomi del padre e della figlia de La Tempesta di Shakespeare, ma che qui arrivano soltanto come eco. Padre e figlia non li si vede vivere, sono Voci che giungono da un altrove per evocare la vicenda di soprusi e di potere che li lascia in qualche senso sopravvissuti. Ma volgere indietro lo sguardo, pronunciare oggi la parola sopravvissuto apre un cupo abisso del passato recente, e il ricordo di questa Miranda va ad una vicenda precisa e vicina: la furia sterminatrice nazista, dispiegata con cieca determinazione contro ogni diversità. Perciò Prospero e Miranda sono qui emblemi, semplicemente le voci rintracciate di un padre e di una figlia che hanno avuto occhi per vedere, e Tempesta è simbolo, lo stesso di ogni luogo in cui tale furia ancora si ripeta: qui l’Europa di Hitler, ma come non pensare a tutte le altre ’europa’ e a tutti gli altri ‘hitler’ occorsi prima o dopo Hitler?
Con questa messinscena il Teatro Nucleo vuole vedere di nuovo ciò che da qualche parte ancora si tenta di minimizzare. Il teatro esiste in questo paradosso, può ri-vedere ciò che non ha mai visto, o vedere attraverso occhi che non sono più, insomma, per un tempo limitato e di incanto, può fare ri-nascere.
La scelta è chiara, compaiono di fronte ai nostri occhi uomini e donne che riconosciamo come appartenenti a un popolo preciso, perchè cantano in una certa lingua, perché portano con sé determinati oggetti anziché altri, perché il loro stesso modo di muoversi e di pregare li rende riconoscibili, e così il loro abbigliamento e le loro acconciature, e il modo in cui si guardano, si sposano e si piangono.Ed anche tutto quello che accade è storicamente collocabile: siamo in Europa, a Varsavia, poi nel ghetto, nella prima metà degli anni ’40, poi in un campo di sterminio, insomma tra quelle voci che non sono più e che attraverso questo teatro ritornano per parlare, o meglio per cantare, nonostante tutto. Perché è certo un mondo non del tutto perduto quello che ancora consente la trasmissione di questo sapere, che è canto e danza che accompagna il canto, anche se in questo allestimento forte è la consapevolezza di ciò che è cancellato (oltre che di ciò che resta), e della difficile impresa di separare nettamente nelle faccende umane il bianco dal nero, l’alto dal basso, il sorriso dal ghigno. Il canto è il filo che tesse la struttura drammaturgica di Tempesta: Quattordici canzoni (in yiddish, tedesco, sefardita, ebraico e italiano) aprono e danno spessore alle azioni, danno loro il respiro del suono, ed anche la leggerezza del danzato di cui sono talvolta portatrici, e poi dell’aereo, del chiaro dei versi, insieme naturalmente al gridato, al profondo, al cupo del dolore abnorme di cui anche si parla. E’ il canto a informare questo lavoro, a dare l’energia della poesia a questa messinscena: che ha il ritmo sincopato del singulto o del pensiero interrotto, che non spiega ma si dispiega in catene di visioni, di invenzioni coreografiche corali, in rapide epifanie che dichiudono bolle di intimo raccoglimento e che subito scompaiono, che procede per produzione e accumulo di senso, che si appoggia sull’emozione e che chiama ad un ascolto partecipante.
“Canta!”, esorta infatti in chiusura di Tempesta, con le parole del bielorusso Yitzahak Katzenelson, vittima dell’Olocausto; nonostante l’orrore “alza la voce” e canta, anche se fosse l’ultima volta su questa terra, lascia le tue traccie nella memoria di qualcuno con la forza trasfiguratrice del verbo, giacché solo ciò che non continua a vivere nella memoria è irrimediabilmente morto: lascia una traccia sonora perché qualcuno possa nuovamente cantare, e lascia una traccia cromatica, segni bianchi se il tuo sfondo è nero, lascia parola ad inchiostro se il tuo sfondo è bianco.

… Sulla scena si appiccano fuochi alle case, divampano schegge di ricordi laceranti, di separazioni violente e deportazioni. Si confondono i personaggi anonimi sulla scena, si intrecciano e si ripetono le storie personali nell’impianto epico e corale dello spettacolo, che vive soprattutto di inserti cantati, di raffinati movimenti coreografici… cosí gli aquiloni neri che si alzano in volo nel finale, quasi ambasciatori di un destino di lutto e di morte, evocano in un istante il precipitare della storia, in una potente sintesi emotiva che puó fare a meno delle parole. Gli attori escono di scena, si dileguano come ombre fatte della sostanza evanescente dei sogni, ma la piazza sgombra su cui resta solo una nenia sefardita dice che sono pronte a tornare, come il Dibbuck della leggenda ebraica, lo spirito inquieto di chi, morto di una morte violenta, resta sulla terra a tormentare la memoria dei vivi…
Liberazione, Arezzo (I)

… A partire da canzoni e danze, la messa in scena di Cora Herrendorf tesse nel cortile del Castello Estense di Ferrara immagini della vita quotidiana nel ghetto. Gli artigiani, la scuola della Torah, i preparativi per un matrimonio; poi man mano il terrore che si espande, la ribellione, il campo di sterminio. Infine un canto corale, sopra le teste degli spettatori si aggirano uccelli neri. Con poetica leggerezza nasce una struttura drammaturgica che porta al ricordo. Questo ricordo che è necessario per rintracciare la storia e lasciare le proprie impronte. Poichè solo quello di cui non si ha memoria é irremediabilmente morto …con Tempesta il Nucleo é riuscito ancora una volta a creare una produzione densa e intensa, forse la migliore degli ultimi anni…
Frankfurter Rundschau, Frankfurt (D)

…Dopo un’ora di silenzio il pubblico, avvinto, dalla forza della Tempesta, si é lasciato andare in applausi pieni di entusiasmo, per uno spettacolo senza sbavature e capace di commuovere…
Il Resto del Carlino, Ferrara (I)

… Dalle scene di un matrimonio alla deportazione dei bambini (rappresentati con vestitini appesi a una corda e legati l’uno all’altro), scene che hanno toccato l’animo del pubblico fino alle lacrime …e sul finale un volo basso di uccelli neri di carta quasi a calare il siépario sul fuoco che era divampato su Varsavia. Con le parole di Prospero, il protagonista della “Tempesta” di Shakespeare, con cui aveva avuto inizio lo spettacolo si fa buio su questo scorcio di storia d’Europa, mentre gli attori in piedi sulla pedana chinano la testa di fronte al pubblico …
La Nazione, Arezzo (I)