Dame la mano
testi liberamente tratti da Le Serve di J.Genet, le poesie di Chandra Livia Candani, Marina Cvetaeva, Gabriela Mistral, Wisława Szymborska

Atto Unico

Regia: Cora Herrendorf
Attrici:  Natasha Czertok, Martina Pagliucoli

Disegno luci: Franco Campioni

Produzione: Teatro Nucleo

Foto di scena : Daniele Mantovani, Loredana Stendardo

Sartoria : Ivonne Mancinelli

Realizzazione sedie : Elia Veneziani

Dame la mano è il proseguimento di una ricerca che Cora Herrendorf, co-fondatrice del Teatro Nucleo (1974), porta avanti da diversi anni sul Teatro come metodo di ricerca storica nell’Universo Femminile. (Nel 2007 crea Donne Comunitarie, gruppo teatrale formato da donne di diverse generazioni e ne dirige gli spettacoli “Signora Memoria-viaggio nella memoria femminile”, “La Balera di Filomela” spettacolo sulla violenza contro le donne e “Asylum-il manicomio delle attrici”, omaggio all’arte poetica di Alda Merini e ricerca sull’esperienza dell’internamento manicomiale.)

Lo spettacolo tira un lungo filo che ha origine negli anni 80 quando la Herrendorf lavorò ad un primo montaggio ispirato a Le Serve , intitolato “A Media Luz” e interpretato dagli attori Paolo Nani e Antonio Tassinari.

Riprendendo lo stesso testo a quasi quarant’anni di distanza, e in un clima sociale e politico che tende a legittimare offese e violenze di impronta maschile, la scelta ricade su due attrici e diventa – anche – una ricerca sul femminile . Qui la messa in scena e il meccanismo complesso e misterioso del “teatro nel teatro” si fondono col rituale, in una scrittura scenica che prende vita da improvvisazioni, partiture coreografiche e da una ricerca che vede regista e attrici impegnate a scavare in un territorio altrettanto misterioso : quello dell’anima femminile, dell’essere donna più intimo, profondo, nascosto, talvolta inconfessabile.

Ne Le Serve di Jean Genet, opera incentrata sulla relazione tra due sorelle a servizio di una ricca signora e sul rapporto complesso e ambiguo di queste con “Madame”, ogni giorno viene inscenato “il teatrino” , una pantomima attraverso cui a turno le sorelle scambiano i ruoli di serva/padrona, indossando gli abiti di Madame quando lei non c’è,un meccanismo meta teatrale che Genet creò come metafora degli “esseri prigionieri nel buio”

La nostra Madame è tanto invisibile quanto presente.

Ogni gesto è rivolto a lei, non compare ma potrebbe essere ovunque. La sua presenza è liquida come il potere, come Dio . Si insinua tra loro facendo scaturire ed esplodere il conflitto in maniera grottesca .

 D’altronde, nelle indicazioni alla messa in scena ( “Come recitare Le Serve” ), Genet conclude con un appunto, cioè un invito : “Bisogna a un tempo crederci e rifiutarsi di crederci, ma poiché ci si possa credere occorre che le attrici recitino non secondo un modulo realistico”.

Dal non-realismo Cora Herrendorf è approdata al grottesco.

La scelta del grottesco ha accompagnato le attrici nella ricerca della gestualità, l’amplificazione del difetto, la smorfia.

Nell’evoluzione dello spettacolo la dimensione grottesca si contrappone a quella intima, in cui emerge la ricerca legata al femminile.

La trasformazione che avviene in scena è un un rituale, appunto, in cui le attrici abbandonano il ruolo e incontrano sé stesse.

La soggettività diventa metafora poetica, con l’aiuto della poetessa Wislawa Symborzska con le sue sfumature e sguardi interni che permetteno a chi legge di riconoscersi

 dalla recensione di Daniele Rizzo su Persinsala.it :

“La struttura scenica offerta dalla Domus Ars è chiusa, un contesto oppressivo come può essere quello vissuto da chi non ha una woolfiana stanza tutta per sé. In essa, o meglio nella sua assenza, la Herrendorf lascia che l’andamento della vita esperisca rizomaticamente la carnale relazione tra due donne mascherate in maniera archetipica e grottesca e la fantasmatica antagonista rappresentata da Madame. La libertà dei movimenti espressivi è costipata, annunciata e mai del tutto liberata visto che le due stanno recitando il servile copione della propria vita, il cui riferimento a Le serve di Genet è tanto palese e riconoscibile, quanto non didascalico, grazie alla sapiente commistione di stralci poetici (Chandra Livia Candani, Marina Cvetaeva, Gabriela Mistral, Wisława Szymborska), musiche e canti dominati da mestizia e malinconia. La vastità lirica sposa così una composizione coreografica e drammaturgica di altissimo livello, aprendo l’attenzione all’immaginazione visiva e sonora, più che alla comprensione verbale. In questa dialettica, il pubblico viene condotto naturalmente, senza che nella sua coscienza si crei dissidio tra la razionalità della narrazione e la percezione istintiva di un allestimento che, in tal modo, diventa liturgico, ossia servizio offerto agli astanti. Natasha Czertok e Martina Pagliucoli, sconcertanti per tenuta attorale e feeling, restituiscono la connotazione antropologica dei propri personaggi attraverso la funzione mimetica di visi resi quasi indistinguibili dal trucco e ne sfumano i caratteri con una gestualità diversa, mai rigida e mai veramente simmetrica. La direzione della regista argentina riesce, allora, a non ingessare la spontaneità delle dinamiche corporee – in realtà organizzate secondo una partitura predefinita (pur con dei margini minimi di iniziativa) – e, a partire dalla loro meccanica, riesce a liberarne i conflitti, la ricerca della complicità, la sconfitta e l’intimità, rendendone gli umori autentici protagonisti.”

 dalla recensione di Anna Fiorile su Quartaparete.it

” Accoglie gli spettatori la scena aperta: due lumi, due sedie e un pavimento di sabbia, lo spazio in cui le due eccellenti attrici, Martina Pagliucoli e Natasha Czertok, daranno corpo alla performance, re-citando i testi liberamente tratti da “Le serve” di Jean Genet e dalle poesie di Chandra Livia Candiani, Gabriela Mistral e Wislawa Szymborska. Scelta interessante da parte della regista e assolutamente coerente con le intenzioni del Teatro Nucleo, di cui ella è co-fondatrice: un teatro utile dal punto di vista sociale, strumento d’indagine e di riflessione, di scuotimento dello spettatore attraverso i diversi linguaggi impiegati sulla scena. Parola, musica e canto accompagnano uno studio sul movimento in un’esibizione dagli effetti stranianti, senza alcuna vicinanza a moduli realistici, come del resto precisava lo stesso Genet nella prefazione al suo testo.

Foto Loredana Stendardo

E così all’interno della pièce, dai costumi al trucco, dalla voce ai gesti, ogni elemento contribuisce all’armonico caos di denuncia, nella lotta che è una danza e nella danza che è una lotta tra le donne in scena, due disperate, due vittime di una condizione sociale che le vuole “serve”.

 

 

 

La gioia di scrivere”

della poetessa polacca Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996

 

La vita difficile con la memoria

Sono un cattivo pubblico per la mia memoria.
Vuole che ascolti di continuo la sua voce,
ma io mi agito, tossicchio,
ascolto e non ascolto,
esco, torno ed esco di nuovo.

Vuole tutta la mia attenzione e il tempo.
Quando dormo, la cosa le riesce facilmente.
Di giorno ci sono alti e bassi, e le dispiace.

Mi propone con zelo vecchie lettere, foto,
tocca fatti più e meno importanti,
mi rende paesaggi sfuggiti alla mia vista,
li popola con i miei morti.

Nei suoi racconti sono sempre più giovane.
E’ carino, ma a che pro questo ritornello.
Ogni specchio ha per me notizie differenti.

Si arrabbia quando scrollo le spalle.
Allora si vendica e sbandiera tutti i miei errori,
pesanti, e poi dimenticati facilmente.
Mi fissa negli occhi, aspetta una reazione.
Mi consola alla fine, poteva andar peggio.

Vuole che viva solo per lei e con lei.
Meglio se in una stanza buia, chiusa,
ma qui nei miei piani c’è sempre il sole presente,
le nuvole di oggi, le vie giorno per giorno.

A volte ne ho abbastanza della sua compagnia.
Propongo di separarci. Da oggi e per sempre.
Allora compassionevolmente sorride,
sa che anche per me sarebbe una condanna.